: Andiamo Dove Non Si Tocca :

Quando mi siedo sul treno attendo sempre di vedere il mare.
Così scelgo tutte le volte la stessa fila, la di, che è quella accanto al finestrino, e mi piace cambiare ogni volta il numero del posto a sedere, mi piace fare caso a cose alle quali prima non davo peso.
Il numero è importante. Lo calcolo con cura, facendo molta attenzione. Ho inventato persino una formula che si serve di simboli, come la formula di Eulero, ma la matematica non c’entra. E’ più una formula magica ed ha un potere straordinario: permette che ogni cosa, ogni cosa, ogni cosa piccola o grande come questo mare che mi lava dentro, venga vista da una prospettiva differente.
Le mie prospettive ultimamente sono rivestite di stoffa blu, corrono veloci, hanno i vetri sporchi e sono tutte dispari. A tal proposito, devi sapere che il nove è un numero stupendo: te lo presenterò, il prossimo agosto che non ci farà più tremare, il prossimo agosto che ci verrà a salvare come l’ultima volta.
Agosto è stato coccolare la gatta nera che si sfrega contro i tuoi jeans, i tuoi occhi seri che diventano dolci, i vestiti leggeri e i lividi color cobalto sulle mie gambe abbronzate. Agosto è stato prendere coraggio e spiegare a Martina che non possiamo portare a casa tutti i sassi del mare che ha raccolto con pazienza fino a riempire due secchielli pesantissimi che all’ora di pranzo ci tocca pure nascondere per paura che qualcuno ce li rubi – i sassi, mica i secchielli. Non possiamo, le spiego, mentre i suoi occhietti diventano lucidi: la loro casa è questa, devono stare qui con tutte le altre sorelline pietre.
E mentre le dicevo così pensavo a tutti i piccoli sassi che ho vinto, ammirando frammenti di cielo ed intascandomeli come fossero fragili portafortuna. E più ne vincevo e più mi persuadevo di essere un pezzo di carta stropicciato dal vento, che se rinascessi sasso riuscirei pure a battere le forbici – che dividono sempre tutto – e pensa, non avrei più paura di partire lontano da te. E pensa, non avrei più paura di andare dove non si tocca, con te.

Buongiorno, amoremio, ti presento Settembre.

 

[ Photo by Rimka ]

 

“Juliette scriveva così al suo Victor: «Noi facciamo, ognuno dalla sua parte, il nostro piccolo lavoro: tu scrivi un capolavoro, io ti amo. Mi sembra che la mia opera non sia inferiore alla tua».” — Alberto Mattioli racconta degli amori di Hugo su La Stampa

 

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: Terry :

Ti ricordi quando ti ho abbracciato forte come se non esistesse un domani?
Perché quando perdiamo le persone più care, quelle che sono dentro di noi da quando siamo nati, ci sembra che il domani sia solo un pessimo scherzo del destino: in realtà non lo vedi, non c’è.
Io lo ricordo, che la gola mi bruciava e trattenevo tutto dentro e mi sentivo stupida perché non sapevo come aiutarti a credere in un futuro migliore mentre tu sentivi sempre di più il carico delle responsabilità addosso, schiacciarti e toglierti il respiro, il sonno, il tuo equilibrio già precario.
Non riesco a ricordare fino a che punto sono riuscita a sostenerti, ad essere al tuo fianco. Non ricordo se ti ho mai detto che puoi sempre contare su di me. Non ricordo se c’ero quando avevi bisogno di me, non ricordo se hai mai davvero avuto bisogno di me.
Quello che ricordo è che tu, nonostante tutto, c’eri. Tutte le volte che avevo bisogno di te, eri lì.  Anche per rimproverarmi che invece io non c’ero stata e per aspettarmi poi sotto casa, senza sapere con quale treno sarei tornata, per chiedermi scusa.
C’eri per difendermi dalle tue stesse parole. C’eri per schierarti dalla mia parte.
C’eri anche quando ti faceva più male che bene, ma credevi fosse bene.
C’eri quando avevo bisogno di qualcuno che mi accompagnasse in aeroporto alle quattro di mattina, che ancora un po’ ci perdevamo, che ancora un po’ ti imbarcavi con me.
C’eri pure quando sono stata operata e sei venuto a trovarmi con una buffa tartaruga finta in mano, solo per farmi sorridere. E senza nemmeno riceverti ti ho mandato via perché stavo male, ero orribile, non volevo vedere nessuno. E tu non hai detto nulla, mi hai affidato la tua piccola tartaruga Terry ed hai lasciato detto di non preoccuparmi, che mi capivi.
E poi sei tornato, quando ti ho chiesto se potevi venirmi a prendere in ospedale, ché non potevo certo andare in giro a far spaventare i bambini. Così si sono aperte le porte automatiche e tu eri lì. Mi hai detto solo “ciao”. E adesso ripensaci: due scemi. Io con il borsone in mano e tu lì impalato che dici ciao, a me. Che, Dio, guardami, ho una faccia enorme, viola e verde, e ad un solo giorno dall’epifania non riesci a fare mezza battuta. Allora la faccio io, per sdrammatizzare, così tu sorridi e smetti di preoccuparti.
Perché non sei proprio fatto per le preoccupazioni, tu. E’ il tuo organismo che non le regge.
E poi guarda, ho smesso di preoccuparmi anche io, che la cosa bella dei veri amici è proprio questa: non te lo dicono, forse non te lo sanno nemmeno dire, ma non importa, tanto tu lo senti. Lo sai.
Lo sai che ci saranno sempre.

: Quando Le Parole Finiscono :

Una volta hai chiesto che ti regalassi ogni giorno un ricordo, uno di quelli piccoli che metti in tasca distrattamente e poi te ne dimentichi, uno di quelli che ritrovi in momenti che non ti aspetti tipo mentre attraversi la strada, tipo mentre scatta il verde.
Una volta mi hai chiesto di aiutarti a non dimenticare. Hai detto esattamente: mi dovrai aiutare.
Ricordati che ti ho scritto molte lettere senza conoscere i tuoi occhi. Ricordati della prima volta che mi hai accompagnata alla fermata del tram e la direzione era sbagliata ma non lo sapevamo, quando ancora guardarsi e parlarsi era strano ma incredibilmente bello.
Ricordati che con un po’ di imbarazzo hai disegnato un piccolo cuore rosso sul mio inguine destro, un po’ più su, e ci hai scritto i nostri nomi dopo aver fatto l’amore per la seconda volta.
Ricordati di tutti i chilometri percorsi a Verona coi nostri vestiti migliori in cerca di un ristorante romantico, in cerca di una pizzeria, in cerca di un qualunque posto in cui poter mangiare alle undici di sera e del Mc che perlomeno offriva il Wi-Fi gratuito.
E non dimenticarti delle mie mani fredde scaldate dentro le tue tasche, di quella volta che accompagnandomi a casa hai voluto che prendessi la tua sciarpa, di tutte le volte che sei tornato indietro per prendere il treno e di tutte le telefonate che partivano un attimo dopo esserci lasciati.
Ricordati delle nostre gambe intrecciate nella vasca da bagno troppo stretta, della bellezza del parlare di cose normalissime mentre gioco con lo shampoo nei tuoi capelli.
Ricordati di quanti occhi ho quando ti parlo vicino vicino vicino ai tuoi occhi.
Ricordati anche del mare di notte, ricordati dei messaggi per ricordarti l’ombrello quando piove, dei messaggi per ricordarti di ricordarci.
E già che ci sei ricordati anche del nostro ieri che non è stato come desideravi ma è stato comunque nostro e, se lo vuoi, di tutti i nostri domani in cui, giuro, salirò e scenderò milioni di scale come Montale dandoti il braccio.

(Nella tasca dei pantaloni stamattina ho ritrovato un pomeriggio intero passato a prendere in giro il tuo modo di dire verde ad ogni semaforo che incontravamo.)

“Quando crediamo che tutto sia stato detto, rimane l’importante. Quello da cui ci difendiamo.
Quando le parole finiscono, rimane soltanto la verità.”
(Ulla-Carin Lindquist)

: Appunti, Post-it E Cose Bellissime Da Non Dimenticare :

Appena si giunge alla stazione di Pesaro, dal treno ancora in movimento, è possibile vedere – in questo ordine – una chiesetta con i mattoncini rossi, una palazzina gialla con le persiane azzurre, l’edificio della croce rossa italiana, un piccolissimo negozio di dischi. Se conti fino a trentaquattro, dall’altra parte, tra una casetta verde ed una azzurra, c’é uno scorcio di mare così bello da fare male.

[Photo by latarnik]

 

: Tutte Le Volte :

Tutte le volte che siamo andati a fare la spesa all’esselunga tu tenevi il cestello con la mano sinistra e mi porgevi il tuo braccio destro. Mi è sempre piaciuto darti la mano e scegliere cosa mangiare passeggiando tra gli scaffali del super. Alla cassa io sistemavo tutto dentro la tua borsa super mega gigante con una certa fretta e la trascinavo verso l’uscita finché tu, dopo aver pagato e salutato la commessa, non mi rimproveravi. Alla fine, non so com’è, tu uscivi sempre con la borsa in spalla ed io con la carta igienica in braccio.
Che buffo. Ho sempre pensato che quella fosse la felicità.

 

: Ci Sei Sempre Stato Tu :

Vorrei che la notte avesse delle braccia lunghissime per poterti raggiungere, vorrei che i chilometri fossero caramelle alla fragola e non aver paura del buio quando tu non ci sei.
Vorrei mettere un segnalibro ai giorni che sfogliamo quando siamo tristi, come in quel libro senza fine in cui tu sottolinei a matita tutte le parole mai dette, quelle che mi hanno fatto innamorare di ogni tua piccola iridescenza.
Vorrei che fosse più facile amarmi, farti un sacco di fotografie a sorpresa e dirti “hai visto, sei più bello quando sorridi”.


[Photo by Ashleycole399]

: Tempi Buoni :

«Pensi che ne sono appena passate tre».
Smetto immediatamente di maledire i miei tacchi alti da velocista all’avanguardia e di fissare l’autobus sparire all’orizzonte senza di me non appena mi rendo conto di non essere da sola. Sfilo dalle orecchie un auricolare per volta, ancora col fiatone, e magicamente i Jang Senato si dissolvono: «Come, scusi?»
«La cinquantaquattro. Ne sono appena passate tre, una dietro l’altra, in fila. E’ l’orario del rientro, si sa. Hanno fretta di tornare a casa».
«Sì… anch’io» borbotto sottovoce e guardo istintivamente il tabellone. «Dodici minuti…»
Sospiro e mi siedo accanto a lei che ha un profumo buono e lo vedo che vuol parlare.
«Da che parte va, lei?»
Fossi stata Barricco le avrei risposto qualcosa tipo “dalla parte dei desideri”.

La signora Loretta mi ha chiesto se mi ami veramente. Ha usato proprio questo termine: veramente. Lì per lì ho pensato che è abbastanza buffo confidarlo ad una perfetta sconosciuta che mi siede accanto alla fermata del bus, anche se è una perfetta sconosciuta con un simpatico faccino pieno di rughe, un sorriso rassicurante ed una vocina debole che continua a ripetere con strano stupore che-ragazza-carina-che-ragazza-carina.
Credo di sì, le ho risposto. Non l’ho mai detto a nessuno. E’ stato bello. Ho pensato che parlare di te è come piantare un fiore. Ed ho immaginato di riempire le strade di fiori,  tutto il mondo di fiori, ho immaginato lunghi giardini infiniti, pieni di fiori e pieni di te. Così ho piantato un tulipano rosso accanto ai piccoli piedi della signora Loretta, che ha detto «è molto bello».
Avrei tanto voluto circondarla di viole ed orchidee, raccontarle di quando mi sono quasi commossa nel vederti dormire, di quanto sia maledettamente disarmante ascoltarti leggere una favola per bambini come quando C’era una volta un uccellino che non sapeva fare niente. Avrei voluto rivestirla di ciclamini e raccontarle di quei brividi, quando facciamo qualcosa come programmare le partenze insieme o sfogliare un sacco di libri illustrati alla Feltrinelli. Confidarle quanto mi piace starcene seduti in silenzio a fissare un dipinto alla Pinacoteca, per dare sollievo ai miei piedi, cercando poi di contestualizzarlo. Farmi spazio sulle tue ginocchia per dirti quello che sinceramente penso dei tuoi ritratti e sentire che mi senti, sentire che ci tieni e ritocchi di qua e correggi di là. Metterti le braccia intorno al collo e chiederti di concedermi un ballo in piazza Duomo che si illumina di sera sulle note di uno stravagante artista di strada, come se fosse lì a suonare per noi soltanto. E tutto il tempo passato a scegliere le patatine ai super e tutto il tempo passato a scegliere il film, obbligarti ad ascoltare Solo noi di Toto Cotugno per farti ridere, sistemarti il cardigan quando lo indossi sopra la camicia, convincerti a cantare i Jang Senato con la stessa erre moscia di Gulma, salare i sughi in cucina e sbucciare le patate insieme. La volta che mi hai portato in Corso di Porta Ticinese ed era una sorpresa, quel favoloso spettacolo di burattini appena iniziato e noi seduti in mezzo ad un sacco di bambini, tutte le volte che me ne indichi uno e gli fai ciaociao con la mano.

“Non vedi che non ho bisogno delle tue parole, dei pregiudizi che hanno le persone,
faccio cose che tu forse neanche t’aspetti, o perlomeno amo i tuoi difetti,
amo il tuo tempo, l’indecisione, amo il coraggio, la tua confusione,
amo la voglia di restare con te, solo con te.”

Jang Senato – Tempi Buoni