: Scusi? :

Mi ami? Come potrei vivere altrimenti?
Mi ami? Adesso non divaghiamo.
Mi ami? Stai scherzando, vero?
Mi ami? A targhe alterne.
Mi ami? Scusami ma adesso non posso proprio, magari domani.
Mi ami? Preferisci la statale o l’autostrada?
Mi ami? Si accomodi pure lì e poggi il mento qui sopra.
Mi ami? Ma che begli occhi che hai, chissà come mi vedi bene.
Mi ami? Se vuoi litigare dillo subito.
Mi ami? E come la mettiamo con le congiunzioni astrali?
Mi ami? Si raccomanda di non superare le dosi consigliate per l’assunzione giornaliera.
Mi ami? Puoi ripetere, scusa?
Mi ami? Vorrei ma non posso. Giuro.
Mi ami? Più di quanto si possa presumere.
Mi ami? Fatti i cazzi tuoi.
Mi ami? E’ per me! Rispondo io!
Mi ami? Può farmi lo spelling, per favore?
Mi ami? Guarda che non è come credi.
Mi ami? La prima che hai detto.
Mi ami? Tu non abbastanza.
Mi ami? Va bene.
Mi ami? Beh, tutto qui?
Mi ami? Solo ore pasti.
Mi ami? Lasci o raddoppi?
Mia mi? Da consumarsi preferibilmente entro.
Mi ami? Ma in che senso?
Mi ami? Velato o poco nuvoloso con schiarite nel pomeriggio.
Mi ami? Ma dove lo hai letto?
Mi ami? Dovresti saperlo.
Mi ami? No, ma non mi dire!
Mi ami? N’ata vota…
Mi ami? Dovremmo rivedere un po’ di cose, io e te.
Mi ami? No ma non sei tu, sono io.
Mi ami? Due di zucchero, grazie. Lo voglio dolce.
Mi ami? Il triangolo no.
Mi ami? Dipende.
Mi ami? Ma più di ieri?
Mi ami? La tua posizione preferita?
Mi ami? Per me non ha senso.
Mi ami? Tu meriti di essere felice.
Mi ami? Non ho avuto tempo.
Mi ami? Sì, ad agosto.
Mi ami? Facciamo a metà?
Mi ami? Non può essere una giustificazione.
Mi ami? A prescindere.
Mi ami? Comunque sì. Sempre sì. Sempre.

(Mi ami?) (iLOVEu)

 

: A Eterna Vista :

Tu mi chiedi scusa perché dovrai passare il fine settimana a disegnare ed io mi mangerei in un sol boccone quegli occhi tuoi lì, bassi bassi e belli belli, che mi bisbigliano mi dispiace.
Così domenica la primavera spalanca la finestra, ci travolge e tu te ne stai tutto il giorno chino sulla scrivania a disegnare mentre io mi accorgo che non so smettere di guardarti e di pensare a quanto sia bello averti vicino.
Ogni tanto ti alzi, ti tocchi i capelli, vieni da me come per assicurati che io stia bene, mi fai il solletico sulla pancia e mi mostri il disegno. E già lo so che non sei soddisfatto, già lo so che ti sembra tutto inutile.
Non immagineresti mai quante cose sa dire quella tua fossetta sulla guancia.
Non immagineresti mai quante cose sanno dire le tue mani.

 
(Dei tuoi ritratti, questo è quello che mi piace di più.)

 

“Vedete, io l’amavo.
Era amore a prima vita,
a ultima vita,
a eterna vista.”
Vladimir Nabokov

 

: I Cassetti Che Fanno Rumore :

Poi l’hai detto.
Ho sospirato cercando di mettere in ordine i pensieri, girando in fretta la chiave del cassetto dentro cui ho rinchiuso i sogni e qualche matita consumata. Mentre attendevi una risposta che non avevo, credo di aver fatto più e più giri, è stato come un riflesso.
Sai, è davvero fastidioso che non vogliano stare lì, dove li metto. Forse è per questo che preferisco non discuterne, sono così irrispettosi…
Se li nomini iniziano a far confusione, si lusingano, mormorano e se non ridono allora si ribellano.
Quando ho messo giù il telefono ho fatto un bel-respiro-profondo ed ho preso la scala. Sono salita in alto, in cima, dove ricordavo di aver sepolto più o meno tutto. Non è stato facile mantenere l’equilibrio, ho respirato un po’ di polvere ma alla fine li ho trovati e li ho portati giù, a terra, sul pavimento freddo, accanto a me.
A noi due.
Erano avvolti nella plastica rossa dentro cui mi ero premurata di conservarli, non c’era nulla di troppo stropicciato, solo qualche piega. Con le braccia pesanti, piano, ne ho tirato fuori qualcuno e l’ho guardato come se non facesse parte di me, finché non mi è venuta voglia di strapparli.
Ed avrei strappato tutto, davvero.
E’ che poi mi sono tornate in mente le notti in bianco, la luce puntata sempre sul foglio fino a tardi, la mia insoddisfazione perenne ed i miei sbalzi d’umore, l’inchiostro che costa caro, i fogli, le mie corse in aula il sabato mattina, i sacrifici di mio padre, quelli di mia madre. I miei.
Non ci si pensa mai che a volte il vero sogno sta semplicemente nel non essere costretti a riporne via altri.
E’ che ho sempre pensato che  i sogni diano speranza, vita. Un senso, una direzione da seguire. Per questo quando ti guardo e ti ascolto, ed ascolto le tue giornate, ho bisogno di sapere che tu ne abbia, tanti. E che ci creda fino in fondo.
Perché io so bene cosa voglia dire rinunciare ai più preziosi.
 

 

(Per il disegno si ringrazia Francesco, 4 anni)

 

“Lo sai cos’è un perdente?
Il vero perdente è uno che ha così paura di non vincere che nemmeno ci prova.” — Little Miss Sunshine

 

 

: Scivolando :

Sulla novantacinque variopinta, mentre il pensiero di vederti vince sulla stanchezza, guardo fuori dal finestrino tra i lampioni già accesi. Seguo il percorso con gli occhi senza mai distogliere lo sguardo e conto tutte le case che incontro, tutte le case, in cui mi piace immaginarci dentro.
Una sera ne ho contate ventidue, fino all’arrivo in metropolitana. Superato il semaforo si gira a destra e c’è la palazzina rosa col cancello nero e il giardino condominiale, quella grigia senza balconi e con le finestrelle piccole piccole, l’elegante palazzo con ampia portineria, il quartiere popolare con le luci soffuse. Ce n’è una, in via Sismondi, dove mi sembra di vederti tagliare la cipolla rossa.
 

[Photo by floralsky]

 

“Come quella volta in cui stavi scivolando e io ti ho tenuta per un braccio. «mi hai salvata» hai detto. «anche tu» ho detto io. E non avevi capito. Non avevi capito che a cadere ero io, e nessuna mi avrebbe tenuto. Tranne te.”
F. Roversi

 

: La Vita Nelle Tasche :

Da grande voglio essere il violoncello di Elena Diana dei Perturbazione, quando la musica si calma e gli archi spiccano come farfalle in volo all’improvviso, solo per emozionarti.
E il rumore degli aerei sopra la mia testa mentre attraverso Orio al Serio con te al telefono che mi chiedi dove sei, ne vogliamo parlare? Sono lontana, ho voglia di rispondere. Ed invece riesco solo a dire sono in macchina, mentre il mio ippocampo sfoglia  tutte le trecentocinquantamila foto che i miei occhi ti hanno scattato senza che te accorgessi, sul tapis roulant della stazione che ti portava via da me.


E resta solo il cuore spalancato su di te
che sei il mio nutrimento tendente all’infinito.

 

: Mi Sei Caduto Dentro :

Così il sabato è fatto per passarti la punta delle dita sulle ciglia quando mi sposti i capelli dietro le orecchie e penso che vorrei essere tutti i libri che ti sono passati tra le mani quelli che hai sottolineato e annusato come quella volta in libreria che mi hai sorpresa odorare La schiuma dei giorni ed hai sorriso abbassando lo sguardo ed io avrei voluto avrei tanto voluto essere quella piccola fossetta che si forma sulla tua guancia destra quando dici non so se riesco a finire in tempo e mi sembrava ero convinta ero davvero convinta di avere un appuntamento con i tuoi baci così dolci così belli così correndo ho pregato le ferrovie italiane che per una volta una-sola-volta mi facessero arrivare in tempo almeno per abbracciare le tue parole che riecheggiano nella mia testa da quando mi sei caduto dentro.

: Once Upon A Time :

C’era una volta una ragazza dai capelli rossi.
Che in realtà non aveva i capelli rossi, ma a qualcuno piace dire di sì.
Forse perché  i suoi capelli sembravano cambiare colore come il sole che attraversava il cielo del paese in cui viveva.
O forse perché  semplicemente è così che l’aveva vista, coi capelli rossi.
Lui la guardava da lontano e si chiedeva perché avesse sempre lo sguardo un po’ triste.
Lei non sapeva di avere gli occhi che traboccavano tristezza.
In realtà non erano traboccanti, bensì era come se a volte lei fosse distante miglia e miglia nonostante non si muovesse di un passo,
ma coi pensieri, con i sogni, forse lo era, così distante.
Aveva la testa tra le nuvole, tanto che spesso, camminando, non si rendeva conto di dove mettesse i piedi, inciampando e rischiando ogni volta di rompersi l’osso del collo. Questo però faceva ridere le persone che la accompagnavano, che spesso si fermavano a chiederle “dove sei ora?”
E lei, che era ogni volta in un posto diverso, non sapeva rispondere. O forse sì, avrebbe saputo, in qualche modo.  Ma nessuno lo avrebbe capito. Ché  è strano spiegare di essere persi tra il battito ed il respiro proprio.
Un giorno, mentre la ragazza dai capelli rossi raccoglieva dei funghi per farsi un bel piatto di pasta le si avvicinò un giovane pescatore che, non essendoci fiumi nei dintorni, decise di fermarsi a farle una domanda che gli frullava in testa da un po’.
“Conosco gli innumerevoli posti in cui sei stata” disse dopo averla salutata, “ma dov’è che non sei? dov’è che vorresti essere?”
(…Perché  si sa, i pescatori, mentre aspettano di tirare su qualcosa, hanno un sacco di tempo per pensare, e a volte diventano più filosofi dei veri filosofi) …
(…E forse i filosofi-veri filosofi un tempo erano pescatori, chissà!)
Il pescatore sapeva, lo sentiva d’istinto, che con quella ragazza ci voleva pazienza, quindi decise di invitarla ad andare al fiume con lui. Era quasi sempre solo e un po’ di compagnia non gli dispiaceva affatto.
Il pescatore sapeva guardare la ragazza dai capelli rossi (che in realtà non erano rossi ) come nessuno mai aveva fatto.  E lei, che lo sentiva, non sapeva guardarlo negli occhi. Lui scavava tanto che lei temeva sarebbe riuscito ad entrare proprio da lì.
Senza guardarlo rispose che sognava di sapere cosa fosse la felicità. Avrebbe voluto essere lì, dove la si respira come aria tutta intorno.
Il pescatore aveva il dono della pazienza, era necessaria per il suo mestiere e aveva imparato come fosse importante anche con le persone. Le disse che la felicità non andava cercata ma accettata, e che avrebbe capito cosa fosse quando avesse sentito di essere parte di qualcosa. Non per forza qualcosa di grande o di importante, bastava fosse qualcosa di suo. Detto questo lanciò la lenza e rimase a guardarla galleggiare pigramente sull’acqua, impegnata in una danza lenta e ipnotica. Sperava di pescare qualcosa da poter regalare alla ragazza dai capelli rossi (che lui era convinto fossero rossi) per farla sorridere, le piaceva il suo sorriso.
E lei guardava il fiume, in direzione della lenza. Le sembrava profondissimo, ci avrebbe gettato i pensieri. E sentì qualcosa dentro muoversi quando lui pronunciò la parola felicità.
Ma non poteva spiegargli che non riusciva a sentirsi parte di nulla perché  nulla lei era.
Nulla, tutto, non erano forse solo parole? A volte anche lui si faceva grandi domande ma le risposte non c’erano mai. Così si era convinto che l’unica cosa importante fosse esserci, essere. E lei era tante cose. Era lì accanto a lui soprattutto, ne sentiva il calore, possibile mai che il nulla fosse così caldo? Possibile che il nulla profumasse di sole e vento? Di sabbia e mare?

( … In collaboration with Vee )

 
[ Photo by Alternative-Rock ]