: E per amore sarò, sarai, saremo :

E da allora sono perché tu sei
E da allora sei, sono e siamo
E per amore sarò, sarai, saremo.

Forse non essere è essere, P. Neruda

Non potrò mai dimenticare la tua espressione, i tuoi occhi serissimi, le tue dita sottili che hanno cercato le mie, quando mi hai detto “è una promessa”.
Mi hai tenuto la mano tra le tue mani, l’hai baciata piano e me l’hai stretta un poco.
Le promesse con te hanno un sapore nuovo, non sanno di parole a cui bisogna credere o a cui occorre dare fiducia. Non sanno di cose in cui è intimamente necessario sperare, ma di cose poste sotto gli occhi, da osservare semplicemente.
Le promesse con te non fanno paura.
Hanno il sapore di regali inattesi e bellissimi, da scartare senza fretta, da tenere stretti al cuore concedendo sempre tempo ed attenzione, avendo cura di non stringere troppo.
Ogni tanto mi domando se riuscirò mai a ricambiare, se riuscirà la mia presenza a farsi dono prezioso, a bastare ai tuoi bisogni, al tuo cuore enorme che al mio risponde “sì” sempre, e sempre fa spazio alle cose che amo tra le cose che ama.
Ci sono giorni in cui ti osservo anche da lontano e mi sembra di scorgere parti di me perdute nel tempo, negli anni, che credevo perse ed invece vivevano in te ancor prima che io ti trovassi: erano tue, forse, ancor prima di sentirle mie.
E mi accorgo che non ho più mancanze, perché quelle parti di me che in te vivono hanno finalmente fatto ritorno a casa, in me abitano.
Le sento quando mi guardi, o parli, o dormi. In quelle sere in cui ci addormentiamo abbracciati, così tanto stretti da scambiarci il respiro, e ci discostiamo poi leggermente durante la notte. Quelle sere io mi sveglio puntualmente e sposto un po’ la coperta per guardarti meglio e per sentirti sospirare. Così la città si zittisce, il buio fa improvvisamente silenzio ed il tuo respiro diventa musica tra pause brevi e minime, sempre dolci.
Non so spiegarti quanto mi renda felice poterti ascoltare al buio ma spero tanto che tu possa sentirlo.
Mi sono convinta che sia per questo che, ogni volta che torno ad abbracciarti sotto le coperte, sei tu poi a stringermi più forte.

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: E volarono. :

“Avvicinatevi all’orlo”, disse.
“Non possiamo, abbiamo paura.”
“Avvicinatevi all’orlo.”
“Non possiamo, cadremo giù.”
“Avvicinatevi all’orlo.”
Si avvicinarono… lui li spinse.
E volarono.

 Guillaume Apollinaire

 

 

Per me tu sarai la forza, la stretta, la mano che afferra il mio fianco ed il mio viso quando gli angoli della bocca abbandonano il peso del cuore;
Sarai il mare salutato l’ultimo giorno d’estate, l’ultima ora di luce, il primo pensiero del mattino, quindi risveglio, fatica e soddisfazione, sempre gratitudine.
Per me tu sarai il riscatto, la rincorsa e l’affanno, la doppia negazione che afferma il mio nome: il mio nome soltanto, nonostante tutto.
Sarai ambivalenza e dicotomia, la disamina accurata dei miei pensieri, il rischio da correre, l’occasione da non perdere.
Sarai la risposta al messaggio, una parola desiderata e mai cercata, la soddisfazione puntuale di un bisogno inespresso, necessità e voglia, esigenza ed azzardo.
Per me sarai l’assedio inaspettato, allorché avrò gettato le armi, incederai e mi troverai indifesa, già resa, già tua.
Sarai il confine da varcare, conquista e scoperta, la costruzione di una città come di un desiderio.
Per me sarai l’approdo sicuro, il rifugio, la riva ed il tuffo dopo la corsa, una gioia che trabocca, il ritorno a casa di chi credevi perduto: vieni, entra, rimani.

 

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: J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans :

Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.
Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Nulla due volte, W. Szymborska

 

1.

Ai ricordi chiediamo solo che restino immutati, che non cambino forma e colore, che non sbiadiscano come gli scontrini delle gelaterie in cui siamo stati, che emergano magicamente come le immagini in positivo delle pellicole istantanee, dopo sessanta secondi di trepidazione. Così appari tu, ed io con te. Mi ricorderai cercare validi motivi per farti ridere, frugando nelle tasche del mago, mi ricorderai, anche se io rappresenterò sempre lo straordinario talento dell’errore e della perseveranza – tu la tenera pazienza ed il folle coraggio degli alberi che per abbracciare meglio il freddo si spogliano. Mi ricorderai nei cumuli di rabbia, all’ingresso dei musei austeri di Milano, tra le parole sterili, dentro le donne che attirerai e che non sapranno mai davvero nulla di noi.

 

2.

Ci risponde con rabbia ancora una volta l’indicativo presente del verbo cadere. Con la stessa lentezza delle foglie di settembre dimenticherai la mia ostinazione sempre cieca, la fermezza assoluta con cui ci siamo tenuti, stretti. Anche quando le parole smettevano di significare io tornavo sempre a te come l’onda alla riva che si infrange per raggiungerla, contro gli scogli, e poi si ritrae veloce ma senza mai ripartire – né andare – dove non è più spiaggia e non è ancora mare.
Nei libri di fisica dovranno specificare che il moto ondoso non sempre è dato dal vento, ma più spesso dall’amore.


[ Photo by @nemusloren – https://www.instagram.com/nemusloren ]

 

[ P l a y ]

: Mi piacerebbe nevicare :

Non so se sai che l’inverno a Milano ti fa mettere le mani nelle tasche.
Io, che lo so, quando esco e fa freddo mi ricordo sempre di riempirle delle tue ultime parole, così da ritrovarle lì quando ci infilo le mani gelate.
Allora c’è questo incontro, questo momento così vero ed io che sono lontana, in questa città dove la primavera non arriva mai, e nel frattempo le dita si riempiono di progetti, parole che non vorremmo dire, ruoli che non vorremmo avere, buongiorno e buonasera.
Mi vengono in mente i tuoi occhi, quando ti chiedo di insegnarmi a stringere la mano agli sconosciuti, che è una cosa che proprio non mi riesce, e tu che mi dici a volte “sì”, a volte “no”, e poi – alla stretta successiva – “no, questa proprio no”.
Non mi riesce, te l’ho detto. Dovevi sospettarlo la prima volta che ci siamo visti, che non ti ho stretto la mano ma ti ho dato un piccolo bacio sulla guancia, come se ti conoscessi da un sacco e non mi fossi mai mancato.
Proprio ieri mi hanno chiesto “ti ricordi di quando mi parlavi di quel ragazzo che ti piaceva tanto? Di quando sei andata a incontrarlo e di quando l’hai visto, di quando gli hai toccato le dita, di quando hai sperato di non separartene mai?”

Hai lasciato la valigetta dei colori, delle tinte, delle seppie e delle terre, dei tramonti e delle città, dei ti amo e quando te ne vai e delle gomme per cancellare su da me.  — Andrea Pazienza

: E all’improvviso in mezzo al mio mal di testa, ho ritrovato il desiderio di essere felice :

Ogni tanto ripenso alla foto che tua madre tiene sul mobile in cucina, quella in cui ci sei tu tutto nudo, con una testolina piccola piccola e piena di capiddi scurissimi. Il fatto che sia posta in cucina mi ha fatto sorridere, la prima volta che sono entrata in casa tua e l’ho vista lì: in effetti fa venire voglia di prendere un cucchiaino e mangiarti in un sol boccone. A tua mamma non l’ho detto, perché tutte le volte che faccio per guardare la foto mi spiega che solo tu, tutti quei capelli, solo tu. E mi perdo nel suo modo di parlare di te, nei suoi occhi che sono un po’ anche i tuoi.
Ed anche se potessi portarti i Perturbazione sotto casa che ripetono amare è inevitabile non capiresti.
A me basterebbe un tuo sorriso, mentre siamo a tavola e ti cerco con i piedi, o dall’altra parte dello scaffale al super, o dall’altra parte del mondo, distanti mille chilometri. Mi basterebbe saperti sorridere quando mi pensi, che è una cosa che mi piace davvero tanto, proprio tanto. Almeno quanto l’odore della tua pelle che annuso come coi libri in libreria, sfogliandoli piano e scegliendo una pagina a caso – solo che con te è più difficile far scorrere il dito lentamente, scegliere un centimetro di pelle e mettere un appunto (personalmente preferisco i baci alle matite HB). Almeno quanto il tuo sms in cui scrivi che da me e te vengono fuori solo cose belle perché la nostra è una favola e non fa mica paura. Almeno quanto il tuo respiro sotto le coperte, che è una cosa che non conoscevo prima, che adesso non so dirti quante notti ho pensato di chiamarti solo per sentirti respirare, senza parlare, addormentandomi così. Perché a letto fa troppo buio, le parole non si vedono, ed io non so pronunciarle. Restano sotto le coperte, restano tra i miei appunti scarabocchiati, tra i miei desideri più segreti, come i musei che non abbiamo ancora visto, le cartoline che non abbiamo ancora spedito.

 

Più ami qualcuno, pensava, più dirglielo è difficile. Lo stupiva che persone sconosciute non si fermassero a vicenda in strada per dire Ti amo.
Jonathan Safran Foer

: Andiamo Dove Non Si Tocca :

Quando mi siedo sul treno attendo sempre di vedere il mare.
Così scelgo tutte le volte la stessa fila, la di, che è quella accanto al finestrino, e mi piace cambiare ogni volta il numero del posto a sedere, mi piace fare caso a cose alle quali prima non davo peso.
Il numero è importante. Lo calcolo con cura, facendo molta attenzione. Ho inventato persino una formula che si serve di simboli, come la formula di Eulero, ma la matematica non c’entra. E’ più una formula magica ed ha un potere straordinario: permette che ogni cosa, ogni cosa, ogni cosa piccola o grande come questo mare che mi lava dentro, venga vista da una prospettiva differente.
Le mie prospettive ultimamente sono rivestite di stoffa blu, corrono veloci, hanno i vetri sporchi e sono tutte dispari. A tal proposito, devi sapere che il nove è un numero stupendo: te lo presenterò, il prossimo agosto che non ci farà più tremare, il prossimo agosto che ci verrà a salvare come l’ultima volta.
Agosto è stato coccolare la gatta nera che si sfrega contro i tuoi jeans, i tuoi occhi seri che diventano dolci, i vestiti leggeri e i lividi color cobalto sulle mie gambe abbronzate. Agosto è stato prendere coraggio e spiegare a Martina che non possiamo portare a casa tutti i sassi del mare che ha raccolto con pazienza fino a riempire due secchielli pesantissimi che all’ora di pranzo ci tocca pure nascondere per paura che qualcuno ce li rubi – i sassi, mica i secchielli. Non possiamo, le spiego, mentre i suoi occhietti diventano lucidi: la loro casa è questa, devono stare qui con tutte le altre sorelline pietre.
E mentre le dicevo così pensavo a tutti i piccoli sassi che ho vinto, ammirando frammenti di cielo ed intascandomeli come fossero fragili portafortuna. E più ne vincevo e più mi persuadevo di essere un pezzo di carta stropicciato dal vento, che se rinascessi sasso riuscirei pure a battere le forbici – che dividono sempre tutto – e pensa, non avrei più paura di partire lontano da te. E pensa, non avrei più paura di andare dove non si tocca, con te.

Buongiorno, amoremio, ti presento Settembre.

 

[ Photo by Rimka ]

 

“Juliette scriveva così al suo Victor: «Noi facciamo, ognuno dalla sua parte, il nostro piccolo lavoro: tu scrivi un capolavoro, io ti amo. Mi sembra che la mia opera non sia inferiore alla tua».” — Alberto Mattioli racconta degli amori di Hugo su La Stampa

 

: Terry :

Ti ricordi quando ti ho abbracciato forte come se non esistesse un domani?
Perché quando perdiamo le persone più care, quelle che sono dentro di noi da quando siamo nati, ci sembra che il domani sia solo un pessimo scherzo del destino: in realtà non lo vedi, non c’è.
Io lo ricordo, che la gola mi bruciava e trattenevo tutto dentro e mi sentivo stupida perché non sapevo come aiutarti a credere in un futuro migliore mentre tu sentivi sempre di più il carico delle responsabilità addosso, schiacciarti e toglierti il respiro, il sonno, il tuo equilibrio già precario.
Non riesco a ricordare fino a che punto sono riuscita a sostenerti, ad essere al tuo fianco. Non ricordo se ti ho mai detto che puoi sempre contare su di me. Non ricordo se c’ero quando avevi bisogno di me, non ricordo se hai mai davvero avuto bisogno di me.
Quello che ricordo è che tu, nonostante tutto, c’eri. Tutte le volte che avevo bisogno di te, eri lì.  Anche per rimproverarmi che invece io non c’ero stata e per aspettarmi poi sotto casa, senza sapere con quale treno sarei tornata, per chiedermi scusa.
C’eri per difendermi dalle tue stesse parole. C’eri per schierarti dalla mia parte.
C’eri anche quando ti faceva più male che bene, ma credevi fosse bene.
C’eri quando avevo bisogno di qualcuno che mi accompagnasse in aeroporto alle quattro di mattina, che ancora un po’ ci perdevamo, che ancora un po’ ti imbarcavi con me.
C’eri pure quando sono stata operata e sei venuto a trovarmi con una buffa tartaruga finta in mano, solo per farmi sorridere. E senza nemmeno riceverti ti ho mandato via perché stavo male, ero orribile, non volevo vedere nessuno. E tu non hai detto nulla, mi hai affidato la tua piccola tartaruga Terry ed hai lasciato detto di non preoccuparmi, che mi capivi.
E poi sei tornato, quando ti ho chiesto se potevi venirmi a prendere in ospedale, ché non potevo certo andare in giro a far spaventare i bambini. Così si sono aperte le porte automatiche e tu eri lì. Mi hai detto solo “ciao”. E adesso ripensaci: due scemi. Io con il borsone in mano e tu lì impalato che dici ciao, a me. Che, Dio, guardami, ho una faccia enorme, viola e verde, e ad un solo giorno dall’epifania non riesci a fare mezza battuta. Allora la faccio io, per sdrammatizzare, così tu sorridi e smetti di preoccuparti.
Perché non sei proprio fatto per le preoccupazioni, tu. E’ il tuo organismo che non le regge.
E poi guarda, ho smesso di preoccuparmi anche io, che la cosa bella dei veri amici è proprio questa: non te lo dicono, forse non te lo sanno nemmeno dire, ma non importa, tanto tu lo senti. Lo sai.
Lo sai che ci saranno sempre.

: Scusi? :

Mi ami? Come potrei vivere altrimenti?
Mi ami? Adesso non divaghiamo.
Mi ami? Stai scherzando, vero?
Mi ami? A targhe alterne.
Mi ami? Scusami ma adesso non posso proprio, magari domani.
Mi ami? Preferisci la statale o l’autostrada?
Mi ami? Si accomodi pure lì e poggi il mento qui sopra.
Mi ami? Ma che begli occhi che hai, chissà come mi vedi bene.
Mi ami? Se vuoi litigare dillo subito.
Mi ami? E come la mettiamo con le congiunzioni astrali?
Mi ami? Si raccomanda di non superare le dosi consigliate per l’assunzione giornaliera.
Mi ami? Puoi ripetere, scusa?
Mi ami? Vorrei ma non posso. Giuro.
Mi ami? Più di quanto si possa presumere.
Mi ami? Fatti i cazzi tuoi.
Mi ami? E’ per me! Rispondo io!
Mi ami? Può farmi lo spelling, per favore?
Mi ami? Guarda che non è come credi.
Mi ami? La prima che hai detto.
Mi ami? Tu non abbastanza.
Mi ami? Va bene.
Mi ami? Beh, tutto qui?
Mi ami? Solo ore pasti.
Mi ami? Lasci o raddoppi?
Mia mi? Da consumarsi preferibilmente entro.
Mi ami? Ma in che senso?
Mi ami? Velato o poco nuvoloso con schiarite nel pomeriggio.
Mi ami? Ma dove lo hai letto?
Mi ami? Dovresti saperlo.
Mi ami? No, ma non mi dire!
Mi ami? N’ata vota…
Mi ami? Dovremmo rivedere un po’ di cose, io e te.
Mi ami? No ma non sei tu, sono io.
Mi ami? Due di zucchero, grazie. Lo voglio dolce.
Mi ami? Il triangolo no.
Mi ami? Dipende.
Mi ami? Ma più di ieri?
Mi ami? La tua posizione preferita?
Mi ami? Per me non ha senso.
Mi ami? Tu meriti di essere felice.
Mi ami? Non ho avuto tempo.
Mi ami? Sì, ad agosto.
Mi ami? Facciamo a metà?
Mi ami? Non può essere una giustificazione.
Mi ami? A prescindere.
Mi ami? Comunque sì. Sempre sì. Sempre.

(Mi ami?) (iLOVEu)

 

[im-mi-ʃu-rà-bi-le]

Ho calcolato che l’ultima volta che ci siamo visti avevo i capelli più corti di tre centimetri e un’immisurabile paura di perderti.
Ora so che quando ti rivedrò non mi rimprovererò per non aver fatto abbastanza foto delle tue mani, per non averle sapute trattenere, per averti abbracciato un po’ meno di sempre.

Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi.
(Antoine de Saint-Exupery)

: Quando Le Parole Finiscono :

Una volta hai chiesto che ti regalassi ogni giorno un ricordo, uno di quelli piccoli che metti in tasca distrattamente e poi te ne dimentichi, uno di quelli che ritrovi in momenti che non ti aspetti tipo mentre attraversi la strada, tipo mentre scatta il verde.
Una volta mi hai chiesto di aiutarti a non dimenticare. Hai detto esattamente: mi dovrai aiutare.
Ricordati che ti ho scritto molte lettere senza conoscere i tuoi occhi. Ricordati della prima volta che mi hai accompagnata alla fermata del tram e la direzione era sbagliata ma non lo sapevamo, quando ancora guardarsi e parlarsi era strano ma incredibilmente bello.
Ricordati che con un po’ di imbarazzo hai disegnato un piccolo cuore rosso sul mio inguine destro, un po’ più su, e ci hai scritto i nostri nomi dopo aver fatto l’amore per la seconda volta.
Ricordati di tutti i chilometri percorsi a Verona coi nostri vestiti migliori in cerca di un ristorante romantico, in cerca di una pizzeria, in cerca di un qualunque posto in cui poter mangiare alle undici di sera e del Mc che perlomeno offriva il Wi-Fi gratuito.
E non dimenticarti delle mie mani fredde scaldate dentro le tue tasche, di quella volta che accompagnandomi a casa hai voluto che prendessi la tua sciarpa, di tutte le volte che sei tornato indietro per prendere il treno e di tutte le telefonate che partivano un attimo dopo esserci lasciati.
Ricordati delle nostre gambe intrecciate nella vasca da bagno troppo stretta, della bellezza del parlare di cose normalissime mentre gioco con lo shampoo nei tuoi capelli.
Ricordati di quanti occhi ho quando ti parlo vicino vicino vicino ai tuoi occhi.
Ricordati anche del mare di notte, ricordati dei messaggi per ricordarti l’ombrello quando piove, dei messaggi per ricordarti di ricordarci.
E già che ci sei ricordati anche del nostro ieri che non è stato come desideravi ma è stato comunque nostro e, se lo vuoi, di tutti i nostri domani in cui, giuro, salirò e scenderò milioni di scale come Montale dandoti il braccio.

(Nella tasca dei pantaloni stamattina ho ritrovato un pomeriggio intero passato a prendere in giro il tuo modo di dire verde ad ogni semaforo che incontravamo.)

“Quando crediamo che tutto sia stato detto, rimane l’importante. Quello da cui ci difendiamo.
Quando le parole finiscono, rimane soltanto la verità.”
(Ulla-Carin Lindquist)

: A Eterna Vista :

Tu mi chiedi scusa perché dovrai passare il fine settimana a disegnare ed io mi mangerei in un sol boccone quegli occhi tuoi lì, bassi bassi e belli belli, che mi bisbigliano mi dispiace.
Così domenica la primavera spalanca la finestra, ci travolge e tu te ne stai tutto il giorno chino sulla scrivania a disegnare mentre io mi accorgo che non so smettere di guardarti e di pensare a quanto sia bello averti vicino.
Ogni tanto ti alzi, ti tocchi i capelli, vieni da me come per assicurati che io stia bene, mi fai il solletico sulla pancia e mi mostri il disegno. E già lo so che non sei soddisfatto, già lo so che ti sembra tutto inutile.
Non immagineresti mai quante cose sa dire quella tua fossetta sulla guancia.
Non immagineresti mai quante cose sanno dire le tue mani.

 
(Dei tuoi ritratti, questo è quello che mi piace di più.)

 

“Vedete, io l’amavo.
Era amore a prima vita,
a ultima vita,
a eterna vista.”
Vladimir Nabokov

 

: I Cassetti Che Fanno Rumore :

Poi l’hai detto.
Ho sospirato cercando di mettere in ordine i pensieri, girando in fretta la chiave del cassetto dentro cui ho rinchiuso i sogni e qualche matita consumata. Mentre attendevi una risposta che non avevo, credo di aver fatto più e più giri, è stato come un riflesso.
Sai, è davvero fastidioso che non vogliano stare lì, dove li metto. Forse è per questo che preferisco non discuterne, sono così irrispettosi…
Se li nomini iniziano a far confusione, si lusingano, mormorano e se non ridono allora si ribellano.
Quando ho messo giù il telefono ho fatto un bel-respiro-profondo ed ho preso la scala. Sono salita in alto, in cima, dove ricordavo di aver sepolto più o meno tutto. Non è stato facile mantenere l’equilibrio, ho respirato un po’ di polvere ma alla fine li ho trovati e li ho portati giù, a terra, sul pavimento freddo, accanto a me.
A noi due.
Erano avvolti nella plastica rossa dentro cui mi ero premurata di conservarli, non c’era nulla di troppo stropicciato, solo qualche piega. Con le braccia pesanti, piano, ne ho tirato fuori qualcuno e l’ho guardato come se non facesse parte di me, finché non mi è venuta voglia di strapparli.
Ed avrei strappato tutto, davvero.
E’ che poi mi sono tornate in mente le notti in bianco, la luce puntata sempre sul foglio fino a tardi, la mia insoddisfazione perenne ed i miei sbalzi d’umore, l’inchiostro che costa caro, i fogli, le mie corse in aula il sabato mattina, i sacrifici di mio padre, quelli di mia madre. I miei.
Non ci si pensa mai che a volte il vero sogno sta semplicemente nel non essere costretti a riporne via altri.
E’ che ho sempre pensato che  i sogni diano speranza, vita. Un senso, una direzione da seguire. Per questo quando ti guardo e ti ascolto, ed ascolto le tue giornate, ho bisogno di sapere che tu ne abbia, tanti. E che ci creda fino in fondo.
Perché io so bene cosa voglia dire rinunciare ai più preziosi.
 

 

(Per il disegno si ringrazia Francesco, 4 anni)

 

“Lo sai cos’è un perdente?
Il vero perdente è uno che ha così paura di non vincere che nemmeno ci prova.” — Little Miss Sunshine

 

 

: Appunti, Post-it E Cose Bellissime Da Non Dimenticare :

Appena si giunge alla stazione di Pesaro, dal treno ancora in movimento, è possibile vedere – in questo ordine – una chiesetta con i mattoncini rossi, una palazzina gialla con le persiane azzurre, l’edificio della croce rossa italiana, un piccolissimo negozio di dischi. Se conti fino a trentaquattro, dall’altra parte, tra una casetta verde ed una azzurra, c’é uno scorcio di mare così bello da fare male.

[Photo by latarnik]

 

: Scivolando :

Sulla novantacinque variopinta, mentre il pensiero di vederti vince sulla stanchezza, guardo fuori dal finestrino tra i lampioni già accesi. Seguo il percorso con gli occhi senza mai distogliere lo sguardo e conto tutte le case che incontro, tutte le case, in cui mi piace immaginarci dentro.
Una sera ne ho contate ventidue, fino all’arrivo in metropolitana. Superato il semaforo si gira a destra e c’è la palazzina rosa col cancello nero e il giardino condominiale, quella grigia senza balconi e con le finestrelle piccole piccole, l’elegante palazzo con ampia portineria, il quartiere popolare con le luci soffuse. Ce n’è una, in via Sismondi, dove mi sembra di vederti tagliare la cipolla rossa.
 

[Photo by floralsky]

 

“Come quella volta in cui stavi scivolando e io ti ho tenuta per un braccio. «mi hai salvata» hai detto. «anche tu» ho detto io. E non avevi capito. Non avevi capito che a cadere ero io, e nessuna mi avrebbe tenuto. Tranne te.”
F. Roversi

 

: E A Differenza Di Questa Canzone, Noi Non Finiremo Mai :

Tu non sai, per esempio, che quella sera in cui ho visto per la prima volta quattordici lucciole tutte insieme tu sei stata la prima persona a cui ho pensato, ed ho espresso un desiderio.
Non ti ho detto mai, poi, che quando tenevi la mia testa sopra le tue gambe, sul primo divano in cui ci siamo seduti insieme, ho fatto fatica a realizzare che mi stavi scostando i capelli dall’orecchio per davvero, tu, e che avrei dovuto mettere una spunta a quel desiderio.
Non sai che quando il portiere mi ha chiesto di dirgli il tuo nome, prima di affidarmi le tue chiavi di casa, il tuo nome mi è sembrata la parola più bella del mondo e l’ho ripetuto tre volte prima di entrare. Non ti ho detto nemmeno che la gentile signora che si occupa di mettermi il tovagliolo intorno al collo quando mi accomodo dal dentista, che tempo fa mi ha chiesto se ero innamorata perché ero bella, sabato mi ha domandato perché piangevo ed io ho risposto ‘no, mi è entrato qualcosa nell’occhio’.

Ti ricordi quella volta che mi hai chiesto “ti perderò, vero?”.
 

Perdere

 

: Tutte Le Volte :

Tutte le volte che siamo andati a fare la spesa all’esselunga tu tenevi il cestello con la mano sinistra e mi porgevi il tuo braccio destro. Mi è sempre piaciuto darti la mano e scegliere cosa mangiare passeggiando tra gli scaffali del super. Alla cassa io sistemavo tutto dentro la tua borsa super mega gigante con una certa fretta e la trascinavo verso l’uscita finché tu, dopo aver pagato e salutato la commessa, non mi rimproveravi. Alla fine, non so com’è, tu uscivi sempre con la borsa in spalla ed io con la carta igienica in braccio.
Che buffo. Ho sempre pensato che quella fosse la felicità.

 

: Ci Sei Sempre Stato Tu :

Vorrei che la notte avesse delle braccia lunghissime per poterti raggiungere, vorrei che i chilometri fossero caramelle alla fragola e non aver paura del buio quando tu non ci sei.
Vorrei mettere un segnalibro ai giorni che sfogliamo quando siamo tristi, come in quel libro senza fine in cui tu sottolinei a matita tutte le parole mai dette, quelle che mi hanno fatto innamorare di ogni tua piccola iridescenza.
Vorrei che fosse più facile amarmi, farti un sacco di fotografie a sorpresa e dirti “hai visto, sei più bello quando sorridi”.


[Photo by Ashleycole399]

: Ovunque Tu Sia Io Ti Circondo :

Non potrò mai dimenticare la bellezza dello starti accanto come se io fossi il tuo cielo preferito o, più semplicemente, tutta l’aria che ti circonda e che respiri senza badare, senza curarti della sua tenera ed immensa riconoscenza. Pensa che persino l’aria è grata al tuo ingenuo bisogno d’ossigeno talmente è bello entrare dentro di te e lasciarsi respirare senza nessuna paura, come se fosse la cosa più naturale e spontanea del mondo. Chissà se anche tu pensi a me tutte le volte che respiri. Chissà se anche tu penserai a me nonostante tutto. Intanto stasera è già febbraio, l’aria è esageratamente fredda e la respirazione mi sembra un processo biochimico così poetico, troppo dolce e troppo doloroso.

Marc Chagall, Saint Jean Cap-Ferrat, 1949

Mio blu – dicevi –
mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
io ti circondo.

: Della Felicità :

E sarà bello ridere del tuo rosso fiocco in testa.
Mi sembra di sentirti ridere anche ora che ci penso.
Di quella risata contagiosa, tua.
E allora riderò anche io.
Di felicità.
Perchè quest’anno avrò qualcuno da stringere al cuore.
Che scalda, prima dentro e poi fuori.
Che mi accende, e mi illumina.
E mi farà brillare.
Tanto.
Più di queste luci di Natale.

 

: When Orange Met Blue :

Scrivergli è sempre stato un bisogno, dalla prima volta in cui leggendo le sue parole ho inaspettatamente sentito la sua mancanza.
Col tempo è diventata la sola persona con cui fossi in grado di aprirmi un pochino e, sebbene si trattasse solo di uno spiraglio, avevo l’impressione che anche da lì riuscisse a fare entrare in me un po’ di quella sua luce bianca che contiene tutti i colori dello spettro, ed io scovavo per la prima volta cieli azzurri, aquiloni colorati e cose meravigliose mai viste.

 

[Photo by TaGiRoCkS ]

“In tutta la mia vita ho sempre avuto paura di perdere le persone che amo. A volte mi chiedo, c’è qualcuno là fuori che ha paura di perdere me?”

Wiz Khalifa